Gli italiani ai tempi dei talk show e delle dirette di piazza

Gli italiani ai tempi delle dirette di piazza sono tanti punti irrequieti. Hanno gli occhi dei bambini, spalancati, un po’ lucidi per il sonno e per la fatica dell’attesa. Le gambe indolenzite, la pelle umida sotto i riflettori puntati. Hanno passato il pomeriggio a scegliere i vestiti buoni, ad abbinare cravatta e camicia, ombretto e vestito, con i muscoli carichi come se dovessero ballare in teatro. Nel paese le voci corrono lungo i cornicioni, lungo i fili del telefono e rimbalzano tra le vetrine dei negozi del piccolo centro. Ci si saluta per le strade con un tono elettrizzato, ci si affaccia alle finestre di continuo, finché in fondo alla strada non compare l’auto della troupe. E allora è tutto un dirsi e un sussurrare: “È arrivata la televisione”. Si è fermata la televisione in città, in mezzo a un’accozzaglia di case forse ben più lontana e più piccola di Eboli.
È arrivata la televisione ed è tempo di sistemarsi i capelli e di mettere in carica i cellulari. Il sindaco di fronte allo specchio, con la moglie accanto, liscia una smagliante fascia tricolore. Intanto si fa sera, il sole scompare dietro il campanile della piccola chiesa. L’assiduo assieparsi attorno alla telecamera e al giornalista, spesso giovane, contiene tutte le paure dell’essere umano: quella di non essere ascoltato, o di esserlo troppo; quella di venire giudicato, di passare inosservato, di bloccarsi sul più bello, proprio adesso che si è immersi in un sogno che non si credeva possibile. Proprio adesso che si diventa un’immagine trasmessa e ritrasmessa quasi all’infinito, un fotogramma che entra nelle case con la prepotenza di chi non chiede permesso, e che rende tutti, per un attimo, nel paese come Eboli, famosi.

Gli italiani ai tempi delle dirette di piazza sono tanti punti irrequieti. Si sporgono da dietro la schiena del giornalista, spalla contro spalla per entrare nell’inquadratura che quasi si abbracciano e non importa se abbiamo litigato e se non ci salutiamo e se ci contendiamo un uomo da trent’anni e se ti ho licenziato e se mi hai graffiato la macchina con la chiave appuntita della cantina. In questo momento, qui ed ora, c’è la televisione. Siamo dentro la televisione e non lo saremo mai più come adesso, così vicini, con il collo sudato e le labbra che si allargano anche se non vorremmo e ci hanno detto di non farlo. Si allargano e basta, perché va bene che Dio si è dimenticato, Dio non conosce i tassi di interesse dei mutui, non sa che si può passare una vita ad aspettare, tanto che non si sa più cosa stiamo aspettando. Ma la televisione no. La televisione non dimentica. E non ha bisogno di preghiere, di costanza, di voti. Perché la televisione ti viene a cercare.
Ecco cosa stavamo aspettando. Ecco cosa sognavamo. Di essere qualcuno. Per un giorno, per un’ora, per il tempo di un’inquadratura prima della pubblicità. Non importa cosa diciamo. Tanto qualcuno ci ascolterà. Migliaia, forse milioni di persone lo faranno, per il semplice fatto che esistiamo. Il giornalista in studio ci chiede quanto prendiamo di pensione, quanto ci è costata la prima casa, se abbiamo o meno un lavoro, se i nostri figli hanno una vita altrove. Meritiamo attenzione soltanto perché esistiamo. E com’è possibile tutto questo. Che nessuno ce l’avesse mai detto, che contiamo qualcosa. Perché deve essere così, se la troupe ha macinato chilometri per raggiungerci e ha allestito il collegamento con lo studio a Roma o a Milano dove siedono i politici che si vedono al Tg. Politici che oltre a parlare, stavolta tendono l’orecchio. Politici che per pochi minuti si ricordano persino il nostro nome. E mai come adesso, il nostro nome ci è sembrato così bello.

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