Cosa si prova ad essere in guerra

Cosa si prova ad essere in guerra.
Cosa si prova a camminare tra militari armati, a guidare in strade che si tingono sempre del blu dei lampeggianti della polizia.
Cosa si prova di fronte al divieto di uscire di casa, di affacciarsi alla finestra.
Cosa si prova a piangere gli amici, i figli, con i corpi bucati da scariche di mitra.

Non viviamo i bombardamenti continui sotto i quali i civili siriani, palestinesi o iraqeni hanno imparato a dormire. Eppure ci sentiamo in guerra. Abbiamo dimenticato i racconti dei nostri genitori e dei nostri nonni, sulle sirene che scattavano in città e a quel punto bisognava correre giù per le scale, fino in cantina, e tapparsi le orecchie se le bombe cadevano vicino e nascondersi e affannarsi per un po’ di pane che spesso ci si toglieva di bocca per darlo ai bambini. Abbiamo dimenticato le grida e le lacrime che in realtà dovrebbero esserci rimaste nel sangue, così come la storia. Abbiamo creduto di essere al sicuro nelle nostre case, la morte un’eco lontana, troppo lontana per pensarci adesso.

Poi è arrivato Charlie Hebdo. E ci siamo raccontati che in fondo quelle vignette erano irrispettose. Che avrebbero offeso chiunque. Abbiamo pensato che quegli estremisti vestiti di nero avessero obiettivi precisi, come del resto eravamo stati abituati con il terrorismo italiano. Con questo ci siamo rassicurati e, dopo aver comprato l’edizione successiva di Charlie e aver riempito il web di matite, abbiamo deciso di dimenticare.

Il 13 novembre è stato un terremoto. Una tragedia di persone qualunque, senza volto, senza particolari incarichi e ruoli sociali. Colpite per il fatto di esistere e di occupare uno spazio. Lo spazio sbagliato al momento sbagliato. Nessuna logica. Un atto di guerra. Ma non erano già atti di guerra i video e le minacce?

Cosa si prova ad aver paura di un borsone della palestra dimenticato su una panchina da un ragazzo sbadato.
Cosa si prova a vivere nella tensione, dovremmo saperlo ma non ce lo ricordiamo.

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