Napoli velata: il ritorno di Ozpetek

napoli vel

Napoli Velata è un film in cui, se cercherete delle risposte, non ne troverete. Le vostre domande resteranno come la neve leggera nell’aria, quella che volteggia un po’ prima di inabissarsi nella terra bianca. Per qualche ora continuerete a chiedervi le cose che ci si chiedono quando ci si sente in colpa: “Ma se fossi stato più attento?”, “Se mi fossi impegnato di più per capire?”, “Se non avessi abbassato gli occhi sullo smartphone quando è arrivato il messaggio?”

Chi conosce Ozpetek sa che qualunque tentativo sarebbe inutile. Perché Ozpetek non spiega. Ozpetek bisogna immaginarselo dietro lo schermo, oppure dietro di noi, in alto, accanto al proiettore, mentre sugli spettatori lascia disperdere una nebbia fitta di emozioni. Per apprezzarlo non si deve ricorrere alla mente razionale: la si deve riporre in un cassetto e in questo modo l’inconscio, l’emotività, il cuore e il grumo di sentimenti sopiti dentro di noi potranno assistere a uno spettacolo che è soltanto per loro.

Sembrerà uno stupido scioglilingua, ma chi capisce davvero, capisce che non c’è proprio niente da capire. Il film si regge sull’intuizione, sulle allusioni. Lo stesso meccanismo di quando si incrocia lo sguardo di qualcuno per la strada e per un attimo si crede di sapere a cosa sta pensando, dove sta andando, se ama oppure odia, se è felice oppure triste. Le conclusioni a cui si arriva, le ipotesi che si fanno, sono sempre giuste. Se applicate a Napoli Velata.

Giovanna Mezzogiorno è dovuta ingrassare per questo ruolo, o almeno così pare a me. Ha il volto più pieno che caratterizza le donne meridionali benestanti e di buona famiglia. A livello tecnico non ha quello spessore e quella profondità che l’hanno contraddistinta in altri film, almeno nella parte iniziale non si riesce a inquadrare bene il suo personaggio. Lo si scoprirà con il tempo, man mano che si srotola la trama.

I primi 30 minuti sono dedicati quasi solo al sesso, e sul momento lo spettatore potrebbe pensare di aver sbagliato sala, ma in realtà il film è proprio quello. Scene a mio avviso leggermente forzate, quelle iniziali. Un sesso tra sconosciuti dipinto in un modo che presupporrebbe le radici di un amore profondo e pregresso. L’amore, però, non ce. A meno che non si creda al colpo di fulmine. Avrei apprezzato un maggior dialogo, un maggior coinvolgimento emotivo tra Giovanna Mezzogiorno (Adriana) e Alessandro Borghi (Andrea), l’uomo con cui si intrattiene a letto, tra l’altro per una sola notte. Al primo impatto la relazione avrebbe tutta l’aria di una serata qualsiasi, di puro divertimento. Ma, una manciata di minuti dopo, troviamo una Mezzogiorno sconvolta per la perdita di quest’uomo che nemmeno ha avuto il tempo di conoscere, tanto che non ne sa nemmeno il cognome.

Quello che succede dopo la rottura dell’equilibrio sembra proprio un altro film. Finalmente Ozpetek decide di mostrarsi totalmente, di farsi riconoscere. E allora emergono tanti personaggi, emerge la coralità che lo contraddistingue (e che personalmente amo fin dai tempi de Le fate ignoranti), emergono le ricercate colonne sonore, e soprattutto emerge il mistero. Le parole non dette, gli sguardi celati, i piani che si confondono, il mondo al limite tra reale e immaginario che solo Ozpetek sa rendere in questo modo, con grande maestria, da sempre, senza forzature.

Pian piano, come di consueto, viene a galla il passato. Insieme ai ricordi, ai rimorsi, alle vendette, ai rancori. Chi sembrava buono diventa cattivo, e viceversa. Qui bisogna stare attenti a non perdersi e a fidarsi dei personaggi giusti. E, in questo, Ozpetek ci aiuta. La Mezzogiorno, sconvolta per alcuni fatti avvenuti che non voglio anticipare, racconta tutto ciò che le succede al suo amico poliziotto: un padre di famiglia, un personaggio abbastanza statico e prevedibile, bonario, ingenuo quanto basta, ma soprattutto affidabile.

A un certo punto ci sembrerebbe di non capire più niente, di non saper distinguere il vero dal falso, gli amici dai traditori. E qui il segreto è studiare gli sguardi e le inquadrature, fare caso a come sono disposti i personaggi: chi sta accanto a chi, chi sta lontano da chi. Una delle inquadrature finali aiuta a sciogliere qualche dubbio: tre donne con intesa perfetta (una delle quali è una Isabella Ferrari bruna, quasi irriconoscibile), tre arpìe che, in silenzio, con gli occhi, dicono senza dirlo: “Siamo capaci di qualunque cosa”.

Ozpetek vuole forse metterci in guardia e suggerirci di non fidarsi di nessuno, oppure di sbrogliare la matassa del passato prima che diventi un peso insostenibile? No, non è il suo stile. Ozpetek racconta i mondi interiori e i mostri che ci si annidano dentro come tarli.
Se riuscite a sintonizzarvi sulla sua lunghezza d’onda, avete capito il film. Anche se si tratta di una comprensione emotiva, incompleta, che non concepisce l’aspetto razionale.

Dopo la personale delusione di Rosso Istanbul, Ozpetek è tornato nella mia top ten.

Buona visione.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...