Perché non leggo più. E perché ho scelto il giornalismo.

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(Foto soggetta a Copyright, Laura Bonaiuti)

Una volta, da bambina, la sera tardi, mi addormentavo con un libro addosso.

Mi svegliavo e mi trovavo ad abbracciarlo come se fosse stato un peluche che avevo da bambina. Oppure mi restava la costola dura della copertina sotto una guancia, o sotto un braccio, e per qualche ora la sua impronta rimaneva sulla pelle, una linea rossa, perfetta, che si schiariva a poco a poco. La storia mi portava in mondi lontani. Smettevo la sera per il sonno e ricominciavo la mattina, in quei pochi minuti prima del suono della sveglia.

Il libro più significativo che ricordo, da ragazzina preadolescente, fu “Il papiro” di Wilbur Smith. Non so perché scelsi proprio quello. Ma so perché cominciai.

Mia madre, arrabbiata, mi disse che, se non avessi messo in ordine la mia stanza, non avrei potuto guardare la televisione dopo cena. Ma io, orgogliosa e testarda, non volevo obbedirle. Fu l’inizio della mia autonomia, o ribellione. Così, quando arrivava la sera, lasciando la camera nella confusione di sempre, non accendevo più la televisione. In qualche modo, avevo deciso di sottostare alla punizione, però stando alle mie regole. Invece di incollarmi allo schermo del tubo catodico, mi stendevo sul divano con in mano il libro di Wilbur Smith. Mia madre non avrebbe potuto rimproverarmi niente: la punizione era comunque in corso. Io, tuttavia, utilizzavo quel tempo in altro modo. Con un’aria di sfida che presto si tramutò in senso di libertà. Non avevo mai maneggiato, mai letto, un testo contemporaneo così voluminoso che non fosse stato imposto da qualche insegnante di italiano.

Per la prima volta, era stata una scelta mia. La scommessa, a quel punto, era arrivare a finirlo. Quasi seicento pagine. Versione tascabile.
Il rituale si ripeteva ogni sera. Mi abbandonavo su quel vecchio divano grigio-verde che ormai da tempo abbiamo regalato, con la testa appoggiata al bracciolo e il testo aperto sul mio petto. La mia stanza rimaneva nel disordine, ma io andavo avanti. Senza nemmeno rendermi conto di quante pagine sfogliassi. Ogni riga, ogni frase, ogni parola. Niente mi sfuggiva. Ero così entrata nella storia tanto che quel libro ormai viaggiava con me, era parte di me. Lo portavo a scuola, mi ci immergevo durante le pause e le attese.

Un giorno, al doposcuola, avevo finito i compiti prima degli altri. Mi voltai all’indietro, appoggiai i gomiti al banco del mio compagno di classe e gli dissi: “Leggi questo pezzo”. Era una scena di sesso. La prima che sia io sia lui avessimo mai letto e conosciuto. Ci mettemmo a ridere, a scherzare. Lui non capiva la serietà e la motivazione che si nascondevano, per me, tra quelle pagine. Ma quello fu l’unico momento in cui io condivisi con qualcuno la mia segreta e insolita ribellione.

A quell’età, nessuno leggeva quei libri. Erano considerati roba da grandi, con parole difficili. Ma io ero già grande. Avevo vissuto esperienze che mi avevano costretta a diventare adulta prima del tempo.
A quell’età, si leggeva Zanna Bianca, Harry Potter, I piccoli brividi, il Libro Cuore, Piccole donne. Non certo un mattone di Wilbur Smith.

Una volta terminato, ci fu un periodo in cui sembrava che non mi fermassi più.

Trascorrevo spesso i pomeriggi in casa da sola, in quel salotto dove una intera parete era ricoperta di volumi di ogni genere. Ispezionandola a fondo, scoprii che, almeno in origine, qualcuno li aveva divisi per tema. A sinistra le poesie, al centro in alto i saggi di politica, sociologia, economia, mentre a destra i romanzi.
Cominciai con il Canzoniere di Petrarca, forse affascinata dalla copertina rigida, bianca, con bellissime decorazioni dorate, o forse perché in fondo volevo essere io quella Laura a cui lui aveva dedicato tanto tempo e fatica: “Erano i capei d’oro a l’aura sparsi”. Volevo sentirmi come quella Laura, bionda e splendida, circondata, quasi aggredita, da un amore così grande e profondo. Aprivo una pagina a caso e leggevo a voce alta. Imparavo a recitarli, quei versi, imparavo da sola quelle tecniche di dizione che mai avrei immaginato sarebbero tornate utili in futuro.

Quando recitavo l’Odissea, invece, scalzavo un cuscino dal divano, lo stendevo in terra, mi ci buttavo sopra e facevo finta di essere su una zattera o su una barca: con una mano remavo con la scopa della cucina, e con l’altra reggevo il libro. Così facevo anche con i versi di Dante su Caronte. Caronte le porta dall’altra parte del fiume e, prima che siano scese, sulla sponda opposta si è formata un’altra schiera.

Io potevo essere chiunque. Potevo diventare chiunque.

Caronte, Dante, Ulisse, oppure uno di quegli antichi autori greci dei quali era rimasto solo qualche frammento. Ma dentro di me sentivo che avrei potuto essere qualunque specie vivente dell’universo. Una pianta, un animale, un frutto caduto. Bastava chiudere gli occhi e immaginare di essere proprio lì.
Recitando la lirica così bene, con enfasi e trasporto, decisi che volevo fare l’attrice. Ma tutto, come Wilbur Smith, doveva restare un segreto.

Poi, un anno dopo, verso i 12, passai a Freud. Fu un salto nel vuoto. L’interpretazione dei sogni (tante parole nuove), l’esplorazione dell’inconscio. Io volevo capire che cosa fosse la vita e come funzionasse davvero il cervello umano, con tutti i suoi lati oscuri e inesplorati.
Le Barbie, i peluches e il GameBoy Color furono inscatolati e incasellati in uno scaffale del ripostiglio. Ero ormai troppo affascinata dai sogni. Da ciò che non si vede ma che, se si fa attenzione e ci si ascolta davvero, si sente dentro. E contemporaneamente, passavo ore su Montale che resta tuttora il mio poeta preferito.

Di solito riponevo tutto al suo posto nella libreria di casa, anche se una volta rubai un libro. Si intitolava “Le parole tra noi leggere”. Lo nascosi sotto il cuscino ma il giorno dopo non lo trovai più. Mia madre, rifacendo il letto, lo aveva preso e restituito alla libreria di casa. Non le chiesi troppe spiegazioni. Fu un dialogo silenzioso in cui le lessi nel pensiero che “Non è un libro adatto per una dodicenne”. Era scontato.
Il testo che riuscii a conquistare, qualche giorno dopo, fu “Lettera a un bambino mai nato”, a cui sono ancora molto affezionata. E quella lettura cambiò la mia vita, mi mise di fronte a emozioni mai provate prima. Emozioni nuove che non sapevo nominare né catalogare. Non esisteva ancora un luogo nel mio cervello per quelle emozioni, ma io riuscii a trovarlo presto, facendomi spazio tra i fumetti di Topolino e le storie delle Witch.

Fu così che cominciai a disegnare nell’aria scenari immaginari.

Sempre da sola, in salotto, creavo trame di film o di romanzi inventati, di cui ero la protagonista. Fingevo che la stanza fosse piena di personaggi con cui dialogavo e vivevo storie. Se qualcuno mi avesse vista dall’esterno, avrebbe pensato che parlassi da sola e che fossi matta. Ma quelle persone, quegli amori, quei dolori, sembravano così vivi nella mia testa. Le sceneggiature che immaginavo, le poesie che scrivevo, parlavano ormai di adolescenza. Di sentimenti nuovi, di futuri sperati. Mi vedevo tra 15 anni accanto all’uomo della mia vita e sapevo persino, dentro di me, che aspetto fisico e che carattere avrebbe avuto.

La verità è che in quel periodo attorno a me non c’era nessuno. Non parlo di presenze fisiche, ma di connessioni emotive, di empatia. I miei amici erano troppo piccoli per me, anche se avevamo la stessa età. Così sceglievo una donna, ogni tanto, e facevo di tutto per diventare come lei. Nei modi di fare, di parlare, di gesticolare, di sottolineare le frasi importanti di un libro. Cercavo un modello al di fuori della mia famiglia, una guida, un appiglio per proseguire la scalata. E gli appigli arrivarono presto. Sia dai personaggi dei romanzi, sia dalle persone che contavano.

Cominciavano a dirmi che scrivevo bene. E allora riempivo quaderni. Capivo che la mia scrittura, ormai in piena fase adolescenziale, era ancora troppo retorica, troppo influenzata dagli autori classici che tanto, in solitudine, avevo amato. Allora cercavo di ripulirla, questa scrittura. Cominciai a leggere gli autori americani come Carver e McGrath, e qualsiasi altro che mi contagiasse con il suo modo asciutto di scrittura.

Ormai non leggevo più per capire e per solleticare le emozioni latenti. Leggevo per imparare a scrivere.

Dopo la vittoria di qualche premio letterario, e dopo la pubblicazione di “Nessuno sa dove sei” con Mondadori, mi sentivo completa, ma mai abbastanza. Ero ancora un bozzolo in attesa di diventare farfalla. La soddisfazione non raggiungeva mai il suo apice. C’era sempre qualcosa che non andava, qualcosa da tagliare, da riscrivere, da modificare.

E adesso arriviamo, finalmente, al punto.

Dopo la pubblicazione con Mondadori nel maggio 2015, io ho letto pochissimo. Ho esplorato autori, soprattutto giornalisti, che descrivevano la realtà vista dai loro occhi. In questo Oriana Fallaci è stata un maestro per me. Nessuna finzione, nessuna invenzione. Io cercavo la verità, il senso reale, razionale ed emotivo, delle cose che accadevano.
“Non sarò mai come loro, come Oriana”, pensavo. Non riuscirò mai a raggiungere il cuore pulsante del mondo.
Trascorrevo, e trascorro ancora, ore nelle librerie. Cerco qualcosa che mi rappresenti, un libro che mi capisca. Ma non trovo niente. Nessuno scrittore che dice le cose che vorrei, nessuno che mi tocchi nel profondo. Storie già viste, già sentite, già provate. Io voglio l’impatto con la dura realtà. Perciò finisco per comprare solo guide turistiche.

A inventare sono bravi tutti, ma a raccontare i fatti ci vuole coraggio.

Soltanto qualche poesia, a volte, mi trascina giù, nel mondo delle emozioni che provo, che ho provato o che vorrei provare. Ma allora, se non riesco più a leggere, allora, se i libri si accumulano intonsi sul comodino, posso sempre scrivere. O comunque raccontare. Raccontare di cosa? Della vita vissuta? Della vita immaginata?
I miei compagni di treno si lasciano assorbire da Fabio Volo, da Alessandro d’Avenia, Alessandro Baricco. E io, dove mi colloco? Quale strato emozionale ho ancora da esplorare? Tutto è stato già scritto, tutto è stato già vissuto.

Con la pubblicazione, ho capito che anche la letteratura è marketing. Un prodotto da vendere, da comprare, da regalare. E tutti ne sono vittime, più o meno consapevoli. Scrittori e lettori. Se decido di non voler fare parte del gioco, sono fuori. Sempre che esserne fuori sia un male.

Io continuo ad addormentarmi aprendo a caso la raccolta completa di Caproni.

La mia preferita dice:

“Mi sono voltato indietro.

Ho scorto

uno per uno negli occhi

i miei assassini.

Hanno

– tutti quanti- il mio volto.”

Nel frattempo, e nel contempo, mi sono appassionata alla fotografia, al cinema d’autore, ai viaggi, al videomaking e al montaggio, a tutto ciò che si vede. Ho un’agenda apposita su cui trascrivo, ogni giorno, il film che ho visto. Perché non voglio dimenticare. Non voglio più dimenticare. Non voglio lasciare che le immagini fluttuino tra i miei ricordi disordinati, come strani flashback azzoppati, senza nome e senza data. Voglio ricordare.

E in tutto questo (e fa strano dirlo), ho capito una cosa. Le immagini sono più potenti. Dalle fotografie e dalle pellicole (lo so, oggi si chiamano dvd) potrebbe quasi emergere una mano che ti punta al cuore e lo stringe forte, più forte di qualsiasi parola. Viviamo nel mondo dell’immediatezza. Dei flash. Delle immagini visualizzate per un nanosecondo su Instagram o Facebook, giusto il tempo di mettere Mi piace.

Così senza rendermene conto, sono passata agli istanti catturati.

Dalle parole, agli istanti. E adesso si comprende la foto all’inizio del post e si comprende come mai io giri sempre con la telecamera in mano. Non so se leggerò ancora, almeno per il momento: la mia scusa più efficace è “Non ho tempo”. Ma so con certezza che senza l’arte sono incompleta. So che non morirò lentamente, come diceva Neruda. Non morirò lentamente fino a che non smetterò, e non permetterò, di colpirmi nell’anima.

La realtà è fuori. Davanti ai nostri occhi. Fuori dai libri. Possiamo decidere di raccontarla. Oppure di voltarci dall’altra parte.

Io ho scelto di raccontarla. Io ho scelto il giornalismo. Lo so che bisogna leggere. Lo so che bisogna scoprire mondi immaginari e ampliare le proprie visioni. Ma per adesso, voglio immergermi nel mondo così com’è. Preferisco intervistare un senzatetto piuttosto che soffermarmi su storie inventate. Preferisco vivere. Esplorare la maggioranza e farne parte, sempre con un occhio esterno e indagatore.

Un pensiero riguardo “Perché non leggo più. E perché ho scelto il giornalismo.

  1. “esplorare la maggioranza e farne parte” è una chiusa un po’ inquietante, ma come tutto ciò che è scritto, può essere letto in molti modi… quindi mi aggrappo agli altri. e cerco un occhio interno.
    : )
    mi piace la passione che permea questa lunga/breve storia di vita che ci racconti.
    circa la realtà che sarebbe per definizione “fuori dai libri”, boh, dipende (da quali libri leggi, intendo, eh eh, come pure da quale realtà vivi…)

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