La vita di una donna che non vuole più nascondersi

 

La prima volta che è successo, avevo 12 anni. Ero in autobus con la mia classe, stavamo andando a vedere uno spettacolo a teatro che si teneva la mattina.

L’autobus era molto affollato. Ricordo che un uomo adulto si è avvicinato a me, dietro le mie spalle, sentivo il suo calore. Poi, complice uno scossone del mezzo, si è appoggiato al mio corpo.

Il mio corpo contro il suo, l’aria che mi mancava, io che cercavo di spostarmi ma non potevo per la mancanza di spazio.

Non sapevo bene cosa stesse succedendo, ma l’uomo premeva il suo torace e il suo ventre contro di me, contro la mia schiena. Ho cominciato a sudare e a respirare forte. Poi siamo scesi e per molto tempo non ci ho più pensato.

Ci penso adesso, che sono donna, e in un attimo ricordo tutte le altre volte ed è come unire dei punti con una matita. Qui parlerò soltanto di altri due casi.

 

Un’altra molestia fisica

è accaduta due anni fa, mentre ero a Roma per un corso di giornalismo, sempre in autobus, sempre affollato. Ho preso una delle linee che portava a Termini e mi sono trovata in fondo al mezzo, con la schiena appoggiata alla parete di plastica dura. E questa volta l’ho visto in faccia. Questa volta era straniero e molto alto. Ha premuto il suo ventre contro il mio, sempre dopo uno scossone. Non mi guardava, teneva gli occhi chiusi e il mento in alto. Vedevo una guerra nella sua mente, vedevo l’incapacità di resistere. E infatti a un certo punto non ce l’ha fatta più, non gli è bastato. Ha comunciato a strusciare il suo membro duro contro la mia pancia. Si strusciava, respirava dalla bocca, inarcava le sopracciglia con le palpebre serrate.

Lo sentivo contro di me e non potevo allontanarmi perché dietro di me c’era la parete dell’autobus.

In quel momento sono stata davvero presa dal panico perché sapevo esattamente cosa stesse succedendo. Ho trattenuto il respiro e alla prima fermata sono scesa. Sono scesa, mi pare, poco dopo Piazza Venezia. Ero sconvolta, dentro di me ho giurato che non sarei mai più salita su un autobus in vita mia. Perciò ho camminato a piedi fino alla stazione e nel mentre ho mandato un messaggio vocale a una mia amica. Non sarei riuscita a scrivere, ero paralizzata.

Inizialmente, l’ho giustificato.

Ho pensato che magari io avessi la maglietta troppo scollata (camminando ho cominciato a guardarmi nelle vetrine), o che forse lui, un immigrato africano, era arivato in Italia da molto e non aveva una donna, gli mancava un corpo femminile (avrei fatto osservazioni simili anche se fosse stato italiano). Già, ho pensato anche questo. Perché è così che qualcuno, forse la società, ci insegna a pensare. Che è colpa nostra. Che dovremmo coprirci di più, dovremmo evitare certe situazioni, e soprattutto evitare di essere troppo belle o attraenti, perché si sa, gli uomini sono uomini.

La mia amica, dopo il messaggio vocale farfugliato mentre camminavo per Via Nazionale, mi ha chiamata e mi ha detto: “Devi imparare a difenderti.” E così ho fatto. Mi sono procurata gli anticorpi e una corazza.

Non sono stata fedele al giuramento, non ho voluto. Io i mezzi pubblici ho continuato a prenderli, per il semplice fatto che è un mio diritto scegliere come muovermi in una città, ed è un dovere degli altri soffocare le proprie pulsioni. Perché devo essere costretta a limitare le mie libertà? E soprattutto, perché ad oggi devo essere costretta a fare gli stessi pensieri che si facevano cinquant’anni fa?

Chi è che ha sbagliato? Chi sono le persone che mi hanno consegnato questo mondo? Quale battaglia è stata fatta, ma non è stata vinta?

Magari chi ha lottato ci ha creduto davvero. Ma poi qualcosa è successo. Troppo facile additare i mass media, i modelli e gli stereotipi che ci vengono trasmessi. Certo, anche questo fa parte del problema, che però a me sembra più ampio. Sono stanca di sentirmi dire che la colpa è solo delle televisioni commerciali, delle veline e dei primi piani sul fondoschiena delle ballerine o delle ragazze di Miss Italia.

Il problema reale è la mercificazione del corpo. E il concetto che la donna, siccome donna, soprattutto se attraente, può essere il trastullo di chiunque.

Non lo dico io, un’anonima reporter idealista a cui piace vestirsi bene. Lo hanno detto tante donne, tanti studiosi, tanti libri su cui ho studiato. E ogni giorno lo dicono gli uomini, anche senza dirlo, anche rimanendo in silenzio. Con un semplice sguardo, o un commento, possono consegnarti la verità insita in questo mondo che qualcuno definisce malato. Ma il mondo è fatto dalle persone che lo compongono, comprese le donne. Quindi, siamo tutti malati? Siamo frustrati? Siamo inascoltati? Siamo vittime e carnefici?

Io non sono una vittima. Non lo sarò mai.

Perciò ho scelto questo mestiere. Il mestiere del giornalista. Scrivere, riprendere, intervistare, documentare, cercare. Perché c’è una parte della società che non parla. Io voglio farla parlare. La mia missione è questa, dare voce ai cosiddetti anelli deboli, uomini o donne che siano, persone che non farebbero notizia, persone la cui voce, troppo bassa, è sovrastata da quella del politico di turno. Io sto dalla parte della gente, della maggioranza. Sto dalla parte di chi, senza di me, forse, non denuncerebbe nessun tipo di sofferenza che sta vivendo.

Veniamo alla molestia di ieri sulla metro B a Roma. Quello che stavate aspettando.

Probabilmente la storia la sapete, ed è un grande classico, qualcosa che moltissime donne avranno sicuramente vissuto. Un gruppo di ragazzi adolescenti, instancabili, pieni di energia e di testosterone. La carrozza della metro deserta. Loro che mi vedono a sedere e si avvicinano. Chissà perché, a quell’età, anche tra di loro, non parlano: urlano. Hanno un mondo dentro, un mondo impaziente di uscire. Vedete? Sto cadendo un’altra volta nella giustificazione della molestia. Si tratta di un pensiero radicato, forse una convinzione, imparata crescendo. Il pattern è sempre lo stesso.

Cominciano a indicarti, a guardarsi tra loro, a ridacchiare. Poi tu ti alzi per scendere alla fermata, e a qual punto arrivano i commenti.

“Epperò! Guardate le tette! Ma le avete viste le tette? Porco ****!” E continuano su questa linea che ho deciso di censurare. Io lo devo ammettere, con il tempo sono diventata molto cinica. Ho sviluppato degli anticorpi e accumulato una rabbia forse eccessiva. Perciò ho risposto male. Ma molti uomini pensano che la donna debba soltanto subire, essere un oggetto immobile, perciò non accettano il confronto verbale e la rabbia. E questo è il momento della frase clou:

“Vai a fare il tuo lavoro, vai”

Il lavoro della puttana. E tu cosa fai? La rabbia si fa più forte, ma sai che se rispondi di nuovo, la situazione peggiorerà. Quando si accorgono che stai scendendo dalla metro, si alzano di corsa e si precipitano giù. Io resto ferma sulla banchina, aspetto che se ne vadano, ma non se ne vanno. Uno di loro si ferma, mi guarda, e urla agli altri:

“Oh, ma dove andate? Non vedete che lei è dall’altra parte?”

Ecco la paura, sulla banchina deserta della metro poco prima delle undici di sera. Io aspetto ancora. Chiamo una persona che mi consiglia di riprendere la metro al contrario. Non lo faccio. Sono stanca di scappare. Quando a scappare dovrebbero essere gli altri. Esco dalla stazione e per qualche minuto non li vedo più. Poi ritornano, urlando chissà cosa, ridendo di chissà cosa. Ma ormai io sono quasi arrivata a casa. Mi fermo per poco ai tavolini di una pizzeria vicina, poi rientro nel mio appartamento.

La prima reazione, una volta in camera, è quella di pensare che hanno ragione, che magari, siccome ho un bel corpo, questo corpo deve essere di tutti. Ma la reazione sbagliata dura soltanto una manciata di secondi.
Perché io sono di natura un’idealista e credo che sia ancora possibile cambiare la gente, cambiare un paese. Sono rimasta in Italia per questi motivi. Cambiare le cose che posso cambiare. E anche se riuscissi a far cambiare e riflettere una persona sola in tutta la mia vita, sarebbe valsa la pena di restare.

Io resto. Rivendico il mio diritto di vestirmi come voglio, di truccarmi come voglio, di camminare per le strade dove voglio, di prendere i mezzi pubblici, di rispondere alle offese, di curare il mio aspetto per sentirmi bene con me stessa.
E alle donne che la mattina, quando si vestono, si chiedono se la loro maglietta sia troppo attillata, appariscente o scollata, rispondo: un uomo queste domande non se le fa. Non ha bisogno di farsele, perché non si troverà mai nel pericolo in cui potremmo trovarci noi.

Qui ho raccontato soltanto tre episodi, i più salienti. Ma potrei fare decine di esempi. Decine di volte in cui, dal momento in cui sono diventata donna, qualcuno mi ha fatto sentire in colpa, o mortificata, per essere diventata donna. Sconosciuti, colleghi, amici, chiunque.

Finché ci sarà ancora bisogno di dire queste cose, io sento il dovere morale di dirle. Di urlarle, se necessario. Fin quando respirerò. Mi occuperò dei diritti dei più deboli, donne o uomini che siano. Fin quando non vedrò, negli occhi miei o di qualcuno, il bagliore di una conquistata giustizia sociale.

Amo questo Paese e so che può crescere. Il capitale umano non manca.

Ci sono persone più forti di quanto credano. Io mi considero forte, ormai piena di anticorpi, e sento il dovere di essere forte anche per chi non lo è. Nessuno distruggerà mai quello in cui credo. Nessuno al mondo.

 

Grazie a chi, come me, ha ancora speranza.
Grazie a chi ha subìto molestie ben peggiori e ha denunciato.
E un incoraggiamento a chi non ha ancora parlato. Il momento forse è arrivato.

2 pensieri riguardo “La vita di una donna che non vuole più nascondersi

  1. “… magari, siccome ho un bel corpo, questo corpo deve essere di tutti.” Questa frase per me è il ritratto dell’immaginario collettivo nella nostra società patriarcale, dove il corpo della donna rientra nella logica del consumo, quanto proprietà pubblica per il piacere maschile, oppure per vendere cose. Tante di noi abbiamo vissuto innumerevoli situazioni che vanno dal disaggio al peggio. Sono tutti atti di violenza di cui dovremo parlare molto di più, anche per creare una rete di #sisterhood

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  2. Tu non hai sbagliato. La cultura maschilista della nostra società, interiorizzata da tutti noi attraverso il processo di socializzazione è sbagliata. La donna ha vissuto, e vive tutt’ora, all’interno di una libertà e un autonomia a metà. Occorre un cambiamento culturale serio e profondo. La donna deve essere libera alla stregua dell’uomo. Libera di vestirsi come vuole. Ho capito le tue parole, quando scrivi che ti sei controllata la maglietta, come se la colpa fosse tua. Infatti, ancora oggi molte donne che subiscono violenza si sentono in colpa. Come se l’errore fosse il loro, e non del bastardo che ha commesso un crimine, violando la loro libertà. Frasi tipiche: Chissà com’era vestita. Era una troia. Ma il fatto grave è che molte donne formulano le stesse frasi. Una frase che dico spesso per smuovere gli animi di qualche femminista è la seguente; Gli uomini attaccano le donne e le donne attaccano le donne. Morale, la donna è da sola. Si perchè la donna deve imparare a fre gruppo alla stregua degli uomini.
    La colpa è di questa società maschilista. Nella graduatoria di Bellinger Hofstede, relativa alla mascolinità e femminilità, l’Italia è uno dei paesi che esprime uno dei più alti livelli di mascolinità. (Oltre il soffitto di vetro Maria Cristina Bombelli)
    Questo mondo appartiene ai maschi come appartiene alle femmine. Purtroppo ancora oggi, le donne sono poco rappresentate all’ interno delle nostre istituzioni. Eppure, il 51% della popolazione italia è composta da donne. in questa ottica, siamo di fronte a un problema di democrazia.

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