#iorestoacasa ma scrivo

“Forse capiremo che non dobbiamo difenderci dal nostro vicino, ma che magari lui è uguale a noi, qualsiasi fattezza o provenienza abbia. Capiremo che la somma dei singoli ha meno potere di ciò che riesce a fare un gruppo intero, uno Stato intero.” Capiremo che da soli non contiamo niente. E che siamo parte di un grande gruppo in cui non ci si guarda negli occhi con sospetto, ma si guarda tutti nella stessa direzione.
Per un futuro migliore. In cui niente è scontato.”

Mi manca l’aria. Mi manca sentire sulla pelle i pizzicotti del vento, il sole implacabile, il sudore lungo la schiena che si asciuga nel primo negozio con l’aria condizionata in cui entro, il freddo che punge in quelle giornate di inverno quando esci di casa e ti rendi conto che non ti sei coperto abbastanza.

Mi mancano le strade piene di gente, l’assieparsi attorno al marciapiede nell’attesa che il semaforo sia verde per attraversare le strisce pedonali di Castel Sant’angelo.
Mi manca Ciro, il fioraio che vedo ogni mattina quando esco per prendere la metro e ogni sera quando torno. Mi manca Marco, il gestore di quel negozio di souvenir da cui passo davanti, i buttadentro dei ristoranti che diventano amici quando percorri per anni le stesse strade.
Mi manca la fermata di Flaminio, i volontari nella piazza che ti puntano per chiederti i soldi per la beneficenza, io che mi fermo e gli spiego che sto pagando un Master 20mila euro ma non vi preoccupate, quando riuscirò a fare esattamente il lavoro che vorrò, cambierò le cose, con altri mezzi, ma esattamente come cercate di fare voi.
Mi mancano anche i turisti, già, quelli che si bloccano in mezzo al marciapiede proprio quando hai fretta, mi mancano gli sguardi persi, imbambolati in strade che non conoscono, le cartine stropicciate che mi mettono davanti mentre mi chiedono sempre le stesse due cose in ogni lingua del mondo: “Dove siamo?” E “Come facciamo ad andare lì?” Ormai ci capiamo sempre, anche se io non so il russo, né il giapponese o il portoghese. I gesti sono sufficienti. E poi a volte mi diverto, infilo delle frasi in italiano ad esempio “Com’è possibile che non sappiate dove siete, questo è l’incrocio delle Quattro Fontane cazzo”, e magari gliele indico, “Four fountains, four. One, two, three, four.”

Mi mancano persino i taxisti fermi alla stazione dove passo sempre, mi offrono corse gratis che rifiuto, mi mettono in imbarazzo, si sa, non sono dei gentiluomini.
Mi manca il contatto con le persone che amo e sono stufa di vederle in uno schermo, ne ho abbastanza dei messaggi, delle emoticon, dei meme sulla quarantena. Voglio la condivisione di uno sguardo, un abbraccio, una risata di quelle che posso percepire dal vivo. Le serate che non finiscono mai, anche quando chiudono i pub, e restiamo a parlare nel parcheggio o sul marciapiede prima di salutarci.

Mi manca Roma, mi manca entrare in qualsiasi bar e fare amicizia con tutti dopo mezzo minuto, mi mancano le commesse dei negozi che mi conoscono, Gabriella, l’anziana col cuore grande che chiede l’elemosina appoggiata al muro di Via Appia perché ha la stampella e non può stare in piedi da sola per così tanto tempo. Mi manca Nicola, il ragazzo con quel cagnone dolcissimo nel corridoio della metro, che combatte ogni giorno per pagare la bolletta del monolocale che condivide con Stefano, il suo amico che invece sta seduto davanti al supermercato con due piattini: quello per le monete e quello dell’acqua per Frida, la canina vecchia e un po’ malata che spero di rivedere.

Mi manca anche svegliarmi presto in inverno e correre in cucina per non perdermi l’alba, il cielo infuocato che ti fa sentire vivo. Mi manca essere perennemente in ritardo, accorgermi di aver dimenticato la tessera della metro quando sto già scendendo le scale, mi mancano quelle sere in cui torno distrutta, appoggio la borsa davanti al cancello e devo tirare fuori tutto prima di trovare le chiavi.
Le persone che la mattina litigano in metro perché vorrebbero salire e sono convinte che in fondo ci sia posto, urlano per farci muovere anche se è impossibile spostarsi di un passo, bloccano le porte mentre si chiudono, “C’è posto, c’è posto! La gente è solo pigra e menefreghista, anche noi dobbiamo andare a lavorare.” E perché, le offese contro la Raggi? I discorsi sugli scioperi tra una fermata e l’altra, io che riesco a leggere in qualunque condizione ma non riesco a non spiare gli altri. Spesso ascoltano la musica o giocano a qualcosa, qualcuno si fida di ciò che è scritto su Leggo ma poi lo abbandona sul sedile.

Mi manca tutto, anche ciò che odiavo, perché ho capito che non ci si rende conto di quanto le cose siano preziose se non arriva il momento in cui te ne privano.

Sono consapevole di quello che succede là fuori. Tragedie per migliaia di famiglie, medici e operatori che muoiono pur di salvare qualcun altro. Nessun degno funerale, gli ultimi saluti si fanno da lontano, come se l’altro fosse già salito su un treno: un cenno dall’altra parte del finestrino prima del viaggio, un bacio accennato e disperso nell’aria.

Se fossi stata un’operatrice sanitaria sarei rimasta, avrei rischiato. Mi sento impotente invece, come in un bunker ad aspettare che la guerra finisca, attenta a proteggere me stessa, mentre gli altri fuori non hanno questa opportunità. L’unica cosa che dobbiamo fare è restare a casa, per noi e per gli altri.

Il senso civico e morale ci devono guidare, e forse scopriremo un giorno che non è male avere questo senso civico, non è male sapere di essere tutti sulla stessa barca, un Paese intero, in cui ci tuteliamo a vicenda.
Forse capiremo che non dobbiamo difenderci dal nostro vicino, ma che magari lui è uguale a noi, qualsiasi fattezza o provenienza abbia. Capiremo che la somma dei singoli ha meno potere di ciò che riesce a fare un gruppo intero, uno Stato intero.

Capiremo che da soli non contiamo niente. E che siamo parte di un grande gruppo in cui non ci si guarda negli occhi con sospetto, ma si guarda tutti nella stessa direzione.
Per un futuro migliore. In cui niente è scontato.

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